L’imbarazzo dell’infinito
L’imbarazzo dell’infinito
esperienza per spettatore solo
da un’idea di Marco Pasquinucci
drammaturgia di Mariagiulia Colace
ispirata al racconto
L’uomo bicentenario di Isaac Asimov
con Marco Pasquinucci
audio e suoni Diego Ribechini
produzione Officine Papage
L’imbarazzo dell’infinito è un’esperienza teatrale pensata per un solo spettatore alla volta. Non una riduzione intima dello spettacolo dal vivo, ma un suo ripensamento radicale: il teatro come relazione esclusiva, come incontro che accade una sola volta e non può essere replicato identico.
Al centro dell’esperienza c’è una voce. Una voce che osserva, interroga, apprende. Una voce che non appartiene, inizialmente, a un corpo visibile. Si presenta come una macchina, un’entità capace di studiare il comportamento umano, di riconoscere emozioni, di imitarle, di simularle.
Lo spettatore è solo, accompagnato esclusivamente dall’ascolto in cuffia. La relazione che si instaura è reale: la voce pone domande e lo spettatore è chiamato a rispondere. Non esistono risposte giuste o sbagliate, né percorsi prestabiliti. Ogni esperienza è unica, costruita sull’incontro tra quella voce e quella persona, in quel momento preciso.
La macchina osserva l’essere umano con attenzione estrema: ne studia i gesti, le posture, le reazioni minime. Riconosce la gioia, la tristezza, l’imbarazzo. Comprende quasi tutto. Eppure qualcosa le sfugge.
Non comprende fino in fondo le lacrime. Non comprende il silenzio condiviso. Non comprende perché una sequenza matematica – la musica – possa rendere vulnerabile un essere umano. Soprattutto, non comprende ciò che rende ogni vita irripetibile: la sua fine.
L’imbarazzo dell’infinito nasce qui: nello scarto tra un’esistenza potenzialmente illimitata e un’esistenza che si definisce proprio perché destinata a concludersi.
A un certo punto dell’esperienza, senza annunci e senza segnali, la voce acquisisce un corpo. L’attore entra nel campo visivo dello spettatore, mantenendo una distanza fisica netta, incolmabile.
Questa distanza non interrompe l’intimità: la trasforma. L’ascolto in cuffia resta profondo e personale, mentre la presenza del corpo introduce una tensione nuova, un cortocircuito tra vicinanza emotiva e lontananza fisica.
Da questo momento in poi, la relazione cambia statuto: non è più solo un’interrogazione, ma un incontro tra due presenze che condividono lo stesso spazio e lo stesso tempo, pur restando separate.
Ogni replica di L’imbarazzo dell’infinito è pensata in dialogo con il luogo che la accoglie. Spazi naturali, industriali, architettonici o archeologici diventano parte integrante della drammaturgia.
I silenzi, i rumori, le forme, le memorie del luogo non fanno da sfondo, ma agiscono sull’esperienza. Essere soli in uno spazio solitamente attraversato da una collettività produce uno spostamento percettivo profondo, un senso di straniamento che apre a stati di ascolto e attenzione non ordinari.
Il luogo diventa così un terzo elemento della relazione: non decorativo, ma attivo.
Questo lavoro nasce da una riflessione sul significato della relazione teatrale in un tempo in cui la distanza, l’assenza e la mediazione tecnologica sono diventate esperienze comuni. Ma non è uno spettacolo sulla tecnologia.
È uno spettacolo sull’essere umano osservato da fuori, liberato per un momento dalla necessità di funzionare, di spiegarsi, di essere performante. Uno sguardo che non giudica e non consola, ma resta.
L’imbarazzo dell’infinito è un progetto esigente. Chiede disponibilità, ascolto, esposizione.
In cambio offre un’esperienza irripetibile, che accade una sola volta e si conclude lasciando una traccia intima e personale, diversa per ogni spettatore.
Lo spettacolo è pensato per uno spettatore unico, replicabile più volte al giorno e per più giorni, in dialogo con il contesto che lo ospita. Ogni replica è autonoma e non sovrapponibile alle altre.
Un teatro che, per una volta, si rivolge a una sola persona.


