con
Ilaria Pardini
Marco Pasquinucci
testo
Daniele Vecchiotti
regia
Marco Pasquinucci
aiuto regia
Elisa Occhini
scene
Nicolò Ghio
Francesca Vitale
costumi
Cecilia Vecchio
musiche
Borderò
coreografie
Luigi Ceragioli
vocal coatch
Vera Marenco
organizzazione
Gilda Ciao
sartoria
Marisa Pasquinucci
Giuliana Pasquinucci
foto
Fabio Intiso
supervisione
Andrea Narsi
6 Gennaio 1987. Su Raiuno sta per andare in onda l’ultima puntata del grande show del sabato sera: FANTASTICO. Oltre 20 milioni di italiani sono incollati davanti al teleschermo con un biglietto della lotteria in mano, in attesa di scoprire chi vincerà i due miliardi di lire del premio finale.
Dietro le quinte del Teatro delle Vittorie, a pochissimi minuti dalla messa in onda, la tensione è palpabile. Mischiati tra la folla di ballerini, cantanti e tecnici di palco, Alice e Sebastiano fremono aspettando la diretta-tv che, se tutto andrà come previsto, potrebbe coincidere con una nuova fase della loro vita.
E poco conta se fino a quel momento Sebastiano ed Alice sono stati solo un semplice assistente di palco e una vice-vice-parrucchiera: l’inizio di TUTTO MATTO, la sigla di testa del programma, potrebbe cambiare per sempre i loro destini.
Scandito dal ritmo di canzoni e di jingle televisivi anni Ottanta entrati nel DNA della cultura pop contemporanea, Tutto Matto racconta uno spaccato di un’epoca per come era e per come noi ce la ricordiamo. La voglia di spensieratezza, l’entusiasmo ingenuo ed effimero del benessere, l’euforia fiduciosa nel ‘nuovo’ si uniscono alle intime fragilità dei giovani protagonisti: ognuno dei due nutre un segreto e ossessivo progetto di rivalsa sociale, che coinvolge le showgirl-icone Heather e Lorella.
Tra grotteschi e paradossali colpi di scena, tra spalline giganti e colpi di gel “effetto bagnato”, sempreverdi cult dell’epoca e atmosfere oramai dimenticate, la favola d’amore tra Sebastiano e Alice diventa occasione per guardarsi indietro e scoprire quanto di ciò che siamo oggi ha avuto inizio nel decennio “Fantastico”.
Divertimento, ritmo incalzante e leggerezza: erano le chiavi del successo delle coreografie di “Fantastico” e il riflesso dei desideri del tempo. Per raccontare gli anni Ottanta e come eravamo scegliamo una formula analoga, in una favola d’amore a lieto fine scandita dal ritmo di musiche cult di quel decennio.
Mettiamo in scena lo sguardo fresco e ingenuo di due giovani, ci immergiamo con loro nella vita dell’epoca: quando non esistevano i cellulari e internet ma nascevano popstar e icone televisive, arrivavano le soap e i sogni correvano sulle note di sigle tv come “Tutto Matto”.
La musica e le canzoni – rigorosamente anni 80 - intervengono come snodo drammaturgico a spiegare, mostrare l’emozione dei personaggi o imprimere un passaggio di senso nella storia, in perfetta reciprocità con la parola. I brani cantati funzionano così come citazioni ironiche e al tempo stesso come espressione autentica del personaggio. Alle canzoni live (da Nada, Miguel Bosé, Caputo, Camerini...) si uniscono le versioni originali di grandi successi pop dell’epoca (Duran Duran, Spandau Ballet, Spagna...), a connotare precisi momenti scenici.
La forza evocativa dei ritmi musicali arriva come un’onda a richiamare ricordi, sensazioni, atmosfere: lasciamo libero lo spettatore di ritrovare, attraverso Sebastiano e Alice, il proprio ‘ieri’ e di meravigliarsene, rivedendolo oggi. Lasciamo che intraveda, sotto quell’ingenuo, fiducioso ottimismo, le questioni sociali sottese all’esaltazione del benessere e dell’evasione.
La drammaturgia musicale si coniuga a una precisa scelta recitativa, di immediata comunicativa con il pubblico, chiara e essenziale nell’uso della voce e del gesto; al tempo stesso, spazza via ogni calligrafico naturalismo. Sulla scena tutto avviene a vista, gli spazi si denotano attraverso l’uso del corpo e di pochi, stilizzati, oggetti di riferimento. Nell’alternarsi di dialoghi, monologhi e canzoni, i personaggi-attori non escono mai dal perimetro scenico, suddiviso in ambienti d’azione, mentre la luce inquadra di volta in volta l’agire di uno o dell’altro.
Lo spazio (mondo intero e prigione inconsapevole dei nostri protagonisti) evoca attraverso geometrici cromatismi una faccia del più famoso rompicapo, vero e proprio feticcio degli anni ottanta, il cubo di rubik: e proprio come le mosse del gioco per arrivare all’agognata soluzione, la drammaturgia di Tutto Matto si snoda, avanza geometrica e cadenzata, travolgente, sino al suo esplosivo, pazzo epilogo.